7 set 2026

Sempre per il Dottor Monti

 

Anche il rapporto Draghi descrive i ritardi europei in materia di produttività, tecnologia, energia e competitività. 

Evidentemente anche Mario Draghi, a sua insaputa, è diventato un piccolo pulcino nero. 

Lei ha quindi ricordato di avere chiesto sacrifici agli italiani.

Su questo nessuno può darle torto: i sacrifici furono chiesti. 

E furono anche ricevuti.

Nel 2012 il PIL diminuì del 2,4%, 

la disoccupazione salì al 10,7%, 

il debito pubblico raggiunse il 127% del PIL 

e la pressione fiscale il 44%. (Fonte: Banca d'Italia).

 

Sarebbe scorretto attribuire esclusivamente al suo governo una crisi già in corso. 

Ma sarebbe altrettanto fantasioso descrivere quella stagione come un raffinato corso collettivo di educazione alla responsabilità. 

Alcuni come Lei disponevano di un paracadute istituzionale. 

Molti italiani conobbero invece direttamente il pavimento.

 

 Infine, la sentenza: 

il programma di Futuro Nazionale violerebbe «in molti punti» la Costituzione italiana e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Quali punti? 

Quali articoli? 

Quali proposte?

Da un professore ci si aspettavano almeno le note a piè di pagina. 

Invece genericità imbarazzante.

 

Proporre una revisione costituzionale o una diversa disciplina dei rapporti tra ordinamento nazionale ed europeo può essere per alcuni politicamente sbagliato, imprudente o irrealizzabile. 

Ma proporre di cambiare una norma attraverso le procedure previste non significa averla già violata. 

Altrimenti ogni riforma costituzionale sarebbe anticostituzionale: 

una teoria piuttosto creativa persino per la Bocconi.

 

Camus e Mitterrand sono citazioni magnifiche. 

Ma la bibliografia non sostituisce l’argomentazione. 

Altrimenti basterebbe presentarsi ai dibattiti con un’antologia ben rilegata e dichiararsi vincitori.

 

Quanto agli applausi di Cernobbio, 

non mi risulta che abbiano ancora valore di pronuncia delle Sezioni Unite. 

 

Nel 2013, quando a esaminare la sua proposta politica furono gli elettori, il suo partito ottenne poco più dell’8%. 

Evidentemente quella commissione d’esame formata dal popolo italiano era meno impressionabile.

 

 Vannacci potrà avere formulato dati da precisare e proposte da contestare. 

Ma ha parlato di Europa, economia, sovranità e identità.

Lei gli ha risposto soprattutto con il fascismo, Calimero, Mitterrand e un braccialetto collocato in zona decisamente inconsueta.

 

Vannacci cercava, secondo i suoi critici, una patente da statista. 

Lei si è presentato come esaminatore.

Alla fine, però, ha distribuito etichette al posto delle correzioni, 

citazioni al posto delle confutazioni e perfino qualche battuta anatomica al posto dei dati.

 

A Cernobbio avrà certamente vinto la gara degli applausi. 

D’altra parte, giocava in casa.

Sul merito, Professore, la partita è ancora tutta da disputare.

Con il rispetto dovuto ai suoi titoli e con la libertà dovuta ai fatti.

Egregio dottor Monti.........ma mi faccia il piacere

 

Egregio Professor Monti,

premetto che non è questa la sede e non intendo difendere le posizioni politiche di Futuro Nazionale.

Tuttavia difendere qualcuno non significa approvarne ogni idea. 

 

Significa pretendere che gli siano attribuite le idee realmente espresse, 

non quelle che fanno più comodo all’accusa.

 

Non possiedo, naturalmente, i suoi titoli. 

Non sono stato presidente della Bocconi, commissario europeo, Presidente del Consiglio, ministro e senatore a vita.

Il suo curriculum è un’enciclopedia; il mio, al confronto, una nota a piè di pagina. 

Ma proprio nelle note a piè di pagina, Professore, normalmente si trovano le fonti.

Essermi trovato nella mia carriera prima dalla parte di chi difende e poi anche da quella di chi esercita l’accusa mi ha insegnato una regola elementare:  

chi difende non può cancellare i fatti, ma chi accusa non può inventarli.

 

A Cernobbio Vannacci ha formulato una tesi politica per alcuni discutibile, ma chiara: 

meno burocrazia europea, 

stop all’ulteriore integrazione politica, 

maggiore sovranità nazionale, 

difesa dell’identità culturale 

e un’Europa intesa come piattaforma di collaborazione anziché di coercizione. 

Ha posto questioni sulla perdita di competitività, 

sul peso economico europeo e sulle scelte energetiche.

 

Si poteva rispondergli con dati differenti, magari dimostrare che l’Europa è diventata più competitiva,

che la sua industria si è rafforzata e che la crescente regolamentazione ha favorito crescita e benessere.

 

E invece Lei ha preferito parlare di fascismo, razza italiana, complesso di Calimero, 

Camus, Mitterrand e apparati genitali.

Mancava soltanto la Santa Inquisizione.

Lei ha accusato Vannacci di ricostruire la «narrativa, la retorica e lo spirito del fascismo», 

evocando persino la «razza italiana». 

Accusa gravissima. 

Peccato che nel programma di Futuro Nazionale

non compaiano né la parola “razza” né l’affermazione di una superiorità razziale. 

«Vogliamo dire della razza italiana?», ha chiesto lei. 

No, Professore. 

Non vogliamo dirlo. 

Vuole dirlo lei.

Quando mancano gli atti rimane lo “spirito”: 

una categoria meravigliosa, perché non bisogna individuarla, leggerla o dimostrarla. 

Basta percepirla. 

E contro l’atmosfera fascista, più che la Costituzione, potrebbe essere sufficiente aprire una finestra.

Anche gli accertamenti della Procura militare non riguardano la ricostituzione del partito fascista, ma l’eventuale partecipazione a Futuro Nazionale di militari ancora in servizio. 

 

Capisco che questa precisazione abbia poco ritmo e nessuna colonna sonora,

ma nel diritto i dettagli conservano una certa importanza.

Lei ha perfino abbandonato l’Europa per avventurarsi in una dotta disquisizione

sull’«evirazione seduta stante» e su dove applicare un ipotetico braccialetto elettronico.

Un’autentica lezione di sobrietà istituzionale, impartita — naturalmente —

a chi viene accusato di vivere di provocazioni.

Passare dal PIL europeo agli organi genitali è un attimo e bisogna riconoscerle una certa elasticità.

 

Poi è arrivato il «complesso di Calimero».

Vannacci solleva un problema di competitività;     

 lei gli diagnostica un disturbo psicologico. 

 

Quando non si riesce a confutare il foglio Excel, 

si mette l’interlocutore sul lettino dello psicoanalista.


2 set 2026

POLITICA ? .........

 

Esistono molte cose che si possono chiamare "problema della politica", ma ce n'è uno più radicale e originario di tutti.

Politica è, nel senso etimologico e più autentico, l’azione nella società (polis) in vista di un obiettivo che concerne l’intera società.

Fare politica in qualunque senso autentico significa proporre una forma di azione collettiva, che può andare dalle forme blandamente coordinate di una rivolta a quelle altamente coordinate di un partito o di uno stato.

La politica ha a che fare con la persuasione.

Se non c’è politica esistono solo rapporti di forza.

Ma il presupposto indispensabile affinché una politica possa esserci è che esista una società, o una polis, o un popolo. 

Ed è su questo punto che la “rivoluzione neoliberale” avviata alla fine degli anni ’70 del XX secolo ha fatto danni antropologici irreparabili.

Questo processo è costituito da due momenti, uno distruttivo e uno affermativo.

Sul piano distruttivo si è alimentata una frammentazione orizzontale della società, coltivata scientemente e sistematicamente. Si è spiegato che i giovani dovevano prendersela con gli anziani che erano stati privilegiati, e agli anziani che i giovani erano bamboccioni. Si è spiegato che i lavoratori statali erano fancazzisti e i lavoratori autonomi evasori. Si è alimentato un continuo discorso d’odio e poi si è messo in guardia contro l’orribile diffusione dei discorsi d’odio: razzismo e autorazzismo, dagli attacchi agli “old white males” agli Incel, donne contro uomini, omosessuali contro eterosessuali, ecc. il tutto in un crescendo fomentato quotidianamente dai media per decenni.

Anche la “lotta di classe” ha subito una grave metamorfosi. Essa era intesa da chi per primo ne ha parlato, come denuncia strutturale dei meccanismi di potere economico. Ma è stata trasformata in generica invidia sociale, per lo più orizzontale e individuale: “Nessuno sa quanto sia duro il mio lavoro, per lui/lei è invece tutto comodo”.

Sul piano affermativo, questo processo è diventato “autoaffermazione individualista”, in cui il modo in cui ciascuno si sente, si percepisce doveva essere pensato come unico fondamento di ciò che ciascuno è. Questa sorta di delirio idealista in cui come mi immagino, così sono, è divenuto senso comune. Se il mondo non accetta le mie fantasie momentanee su me stesso, è il mondo ad essere sbagliato. Ogni film americano ti spiega che “puoi essere qualunque cosa tu voglia essere” (il che tecnicamente è una patologia psichiatrica). Rifiuto soggettivistico del “principio di realtà” a favore di un “principio di piacere” da realizzarsi in atti di compravendita sul mercato.

L’esito di tutto ciò è oggi manifesto. 

Lo si scorge in modo particolarmente acuto sui social dove regna incontrastata esattamente la piccineria, la frustrazione incarognita, quello che i tedeschi chiamano “Schadenfreude”: 

il segreto (ma neanche tanto) piacere per le disgrazie altrui, l’impulso al “ben gli sta”, al “così impara”.

Nessuna epoca ha mai chiacchierato tanto di “empatia”, per poter accusare tutti gli altri di non averne.

Ogni altra persona porta la grave colpa di non essere me. Ma io stesso dovrei essere ben altro, dovrei essere ciò che fantastico di essere; mentre il mondo cinico e baro me lo impedisce.

Ovviamente su un retroterra del genere ogni azione autenticamente collettiva, ogni politica in senso autentico è come cercar di risalire una cascata a nuoto.

Ci hanno fottuto per bene.

20 gen 2026

VALENTINO - R.I.P.

 

 

Si è spento oggi l'ultimo imperatore della moda italiana, la sua storia e come è cambiato il nostro modo di vestire.

La vita privata di Valentino Garavani, fondatore della celebre maison Valentino, ha al centro l'amore per il suo ex compagno e socio in affari Giancarlo Giammetti

Una relazione durata 12 anni, durante i quali i due hanno vissuto insieme alle loro madri fino alla loro scomparsa, Teresa Garavani nel 1977 e Lina Giammetti nel 1996.

Nato nel 1932 a Voghera, Valentino ha costruito un impero basato sull’eleganza assoluta, sul rosso che porta il suo nome e su un’estetica riconoscibile in tutto il mondo.

Dietro la carriera straordinaria di Valentino c’è anche una vita privata intensa, segnata da affetti profondi, collaborazioni indissolubili e una cerchia ristretta di persone che gli sono rimaste accanto per decenni.

Il rapporto più importante è quello con Giancarlo Giammetti, suo storico compagno e braccio destro nella costruzione della maison.

I due si sono conosciuti negli anni Sessanta e da allora non si sono più separati, né sul piano professionale né su quello personale.

Giammetti è stato il manager, il consigliere, il confidente e la persona che ha permesso a Valentino di concentrarsi esclusivamente sulla creatività.

Anche dopo la fine della loro relazione sentimentale, il legame è rimasto fortissimo: hanno spesso vissuto insieme, hanno viaggiato insieme e condividoso la loro quotidianità con un affetto che entrambi hanno definito “famiglia”.

Il loro rapporto è considerato uno dei sodalizi più longevi e solidi del mondo della moda.

Sebbene la relazione con Giammetti sia stata la più significativa, Valentino ha sempre mantenuto molta riservatezza riguardo alla sua vita sentimentale.

Nel corso degli anni ha avuto frequentazioni e legami affettivi, ma nessuno è mai stato centrale quanto quello con il suo storico compagno.

Secondo diverse indiscrezioni, lo stilista avrebbe avuto una relazione recente con Bruce Hoeksema, ex modello statunitense e fondatore del marchio VBH.

Ma nessuno dei due ha mai confermato e ci sono rarissime foto pubbliche che li ritraggono insieme.

Molto più evidente, invece, l'amore di Valentino per la bellezza, l’arte, i cani — in particolare i suoi amati carlini — e per la cerchia di amici che lo ha accompagnato per decenni: da Elizabeth Taylor a Jacqueline Kennedy, da Gwyneth Paltrow a Anne Hathaway.

Le sue relazioni più durature, al di fuori di Giammetti, sono state spesso amicizie profonde e fedeli.

Valentino Garavani non ha figli biologici, scelta che ha sempre vissuto con serenità. Nel corso della sua vita, però, ha costruito una sorta di famiglia allargata composta da persone a lui vicine, tra cui i figli di Giancarlo Giammetti, che lo considerano una figura familiare a tutti gli effetti.

 

Noi italiani con il rosso ci sappiamo fare.

Rosso pompeiano, veneziano e tiziano, rosso Ferrari e, sì, rosso Valentino.

Sarebbe a dire il mix tra carminio, porpora e cadmio (Pantone 2035) talmente calibrato da trasformarsi in un ultra-neutro eternamente moderno, notturno e femminile, eppure genderless e ageless, “immaginato” dal couturier da cui prende il nome,

Valentino Garavani, appunto, quand’era ancora un giovanotto destinato alla fama planetaria.

E che sia stato l’abito di una señora seduta all’Opera di Barcellona, a ispirarlo, oppure che ci sia lo zampino di Diana Vreeland, una delle sue potenti fate madrine americane, che di quel colore fece il suo feticcio, be’, ha davvero poca importanza stabilirlo.Search

Perché quel che conta è il modo in cui Valentino Clemente Ludovico Garavani, che l’11 maggio ha compiuto 93 anni, è riuscito a trasformare il “suo” rosso nel simbolo di una squisita epopea da Piccolo Principe di provincia (è nato a Torre Menapace, minuscolo borgo di Voghera, terra feconda di snobismi geniali, vedi Alberto Arbasino) e nella quintessenza della Dolce Vita.

Da buon papa emerito ha blandamente benedetto l’ingresso di Alessandro Michele in una maison che racconta il Made in Italy ma è nelle mani di Moza Bint Nasser, sceicca del Qatar, e, in modo via via crescente, in quelle di monsieur François-Henri Pinault.

Valentino l’italiano, dunque.

Anche se lui preferisce parlare e pensare (e arrabbiarsi) in francese. Tutt’al più in inglese.

Lui che possiede lo Château de Wideville, magione della duchessa di La Vallière e Vaujours, amante del Re Sole, ma che nelle porcellane di Meissen fa servire il risotto giallo.

Lui che a Londra cena con i Beckham, ma che poi, per il lungo addio alla moda, il 4 settembre 2007, dopo 45 anni di dedizione, si fa riallestire il Tempio di Venere da Dante Ferretti e illuminare di rosso il Colosseo.