20 mar 2017

Nei libri di storia non la troverete mai



A Milano, nelle giornate dell'insurrezione, a fine aprile del 1945, venne costituita una polizia segreta del Partito comunista, che si occupò di condurre una cruenta purga di pura marca staliniana, contro i propri dissidenti interni.
Tra le vittime di questa squadra della morte, organizzata per ordine di Luigi Longo, leader politico-militare della Resistenza comunista e vice di Palmiro Togliatti, e affidata al comando operativo del duce rosso delle Brigate Garibaldi lombarde, Pietro Vergani, vi fu anche il capitano Neri, Luigi Canali, capo carismatico del movimento di Liberazione comasco, eliminato per la questione dell'oro di Dongo e per essersi opposto all'esecuzione sommaria di Mussolini.

Ma, soprattutto, ammazzato per essere tornato a dirigere i suoi partigiani lariani, nelle storiche giornate di fine aprile, sfidando con la propria autorità morale il partito che lo considerava un traditore.
La verità sull'assassinio di Neri l'ho scoperta per caso, dopo quasi trent'anni di ricerche, scovando notizie su uno dei capi di questa polizia segreta, che venne formata nell'ombra, a sinistra imitazione dell'Nkvd sovietica. Cercavo informazioni sull'ungherese Stefano Moskovitz, uno dei cosacchi che fecero calare il terrore su Milano, agendo sotto la protezione degli alti vertici del Pci.
A fare saltare il coperchio di questa sconvolgente realtà, fu, per primo, Fulvio Bellini, figura di rilievo delle vicende resistenziali, il quale, dagli anni Cinquanta del secolo scorso, fu uno spietato accusatore dei crimini commessi dal suo ex partito, il Pci. Saggista, autore, con Giorgio Galli, della prima storia del Partito comunista italiano, è scomparso nel 2013, a 90 anni. Grande investigatore dei misteri italiani, dalla morte di Enrico Mattei alla strage di Piazza Fontana, Bellini fu sul punto di determinare una svolta, nel processo di Padova del 1957, sull'oro di Dongo e crimini annessi. Insieme ad altri, denunciò infatti l'esistenza di un nucleo speciale, che, subito dopo il 25 aprile 1945, fece una strage tra i quadri del Pci che si opponevano alla linea dettata da Togliatti. Purtroppo, il processo, davanti alla Corte d'assise patavina, fu bruscamente interrotto, dopo il suicidio di un giudice popolare, e la giustizia non poté quindi compiere il suo corso.
Ma gli interrogatori di Bellini, e dei suoi amici, da parte degli organi di polizia giudiziaria, in quel 1957, fornirono la pista da seguire per giungere alla verità.
Bellini nel 1949 era stato espulso dal Pci per deviazionismo e, nel prendere le distanze dalla sua militanza, aveva invitato a seguire le tracce dei delitti disseminate dagli ex compagni. Nel processo verbale della sua deposizione, davanti ai carabinieri, si legge che, attorno, al 20 maggio 1945, gli era capitato di cogliere, nella sede clandestina della polizia segreta, un brano di conversazione tra due membri della squadra della morte: il già citato Stefano Moskovitz, nomi di battaglia Ivo e Pista, e il comandante partigiano Spartaco Cavallini.
Il braccio armato del partito aveva occupato, manu militari, un'ex Casa del Fascio, già sede di un gruppo rionale di camicie nere (il Tonoli), al numero 31 di via Andrea del Sarto, zona Città Studi. L'edificio, già l'indomani dell'insurrezione, fu utilizzato come un vero e proprio corridoio della morte. Dalla viva voce di Ivo e di Spartaco Cavallini, Bellini poté apprendere che Neri non soltanto era passato da via Andrea del Sarto, ma che, dopo alcune ore di detenzione, era stato ucciso, alle prime ore dell'8 maggio, e il suo cadavere gettato forse nel Naviglio, o forse no. In ogni caso, il corpo non fu mai ritrovato. Moskovitz e Cavallini, quasi a volersi reciprocamente tranquillizzare, accennarono allo stato irriconoscibile del volto di Canali, sfigurato dai colpi d'arma da fuoco. Una modalità di esecuzione che rendeva arduo risalire ai responsabili di tanta efferatezza. Bellini indicò in sei o sette il numero dei componenti della polizia segreta, e, ai nomi dei due precedenti, aggiunse quelli di Dionisio Gambaruto, il comandante Nicola, esecutore glaciale degli ordini del partito, e di Franco Talice, un partigiano originario di Modena, che però non poteva più essere incriminato, perché deceduto nel 1956. Che Bellini non raccontasse fandonie è certo. Al Palazzo di Giustizia di Milano, dopo la Liberazione, i comunisti avevano dato corpo all'organo di epurazione sanguinosa dei «nemici del popolo», e insediarono la loro Lubjanka nell'ex edificio del gruppo rionale fascista Tonoli.
Con singolare procedura, del tutto atipica nella storia della Resistenza, gli alti vertici del Pci, il 28 aprile 45, crearono una Brigata garibaldina fantasma, la 140ª Sap (Squadre di azione patriottica), di cui non si trova traccia, negli annali della guerra di Liberazione. Gli uomini della 140ª, investiti della funzione apparente di organi di polizia giudiziaria del Cln, in realtà rispondevano solo agli ordini di Vergani e di Longo.
Nell'ex Casa del Fascio di via Andrea del Sarto, divenuta poi Casa del Popolo e sede della sezione Venezia del Pci, si insediò il nucleo clandestino degli esecutori del tribunale della morte, che assunse un nome in codice, MC/7, come accade per ogni polizia segreta o servizio operativo speciale.
Le purghe, a Milano, colpirono, a partire dal 6 maggio, i quadri che avevano deviato dalla retta via del dogmatismo di partito. Quel giorno, i giustizieri rossi, prelevarono dalla sua abitazione, e poi eliminarono, il segretario comunale di Settimo Milanese, il comunista Carlo Dossi detto Peppin. L'indomani, fu la volta del compagno Nicola Arpani, dirigente della 1ª Divisione garibaldina, di stanza a Milano. In un'escalation di micidiale violenza chirurgica, in pochi giorni, caddero Tellio Paganelli, Ernesto Garbagnati, della 113ª Brigata Garibaldi, Ernesto Cammi, Libero Besaglia, Albaro Dubois, e Angelo Mariani, della 185ª Brigata.
Chi erano gli oscuri professsionisti del colpo alla nuca? Ivo Moskovitz, di professione medico, nato a Budapest nel 1917, entrò in contatto con il Pci nel 1943. Nei giorni truci della caccia ai fascisti, ma anche dei nemici del popolo che si annidavano ovunque, pure dentro i partiti democratici, questi agiva con l'autorità di presidente della seconda sezione di giustizia del Cln e di commissario capo della polizia investigativa politica presso il Palazzo di Giustizia. In pratica, era il comandante della polizia giudiziaria comunista di Milano, e, grazie a quell'investitura ufficiale, imperversava con piena licenza di uccidere.
I suoi scherani lo ossequiavano, quale «commissario politico della 140ª Brigata Garibaldi Sap», comandata da Carlo Barin, un personaggio che pare sparito nel porto delle nebbie, tanto che su di lui non sono riuscito a trovare nulla.
Come abbiamo visto, la 140ª Brigata non esisteva che come articolazione postuma della Resistenza, in quanto creata nei giorni della Liberazione.
Le esecuzioni del nucleo MC/7 allarmarono gli Alleati, giunti a liberare Milano il 29 aprile di quel 45. I capitani britannici Fleethwood e Kaen, nel tentativo di porre un argine all'omicidio, il successivo 28 maggio fecero scattare le manette ai polsi di Moskovitz. Le modalità dell'arresto la dicono lunga sulla pericolosità dell'individuo: i due ufficiali inglesi lo sorpresero, nel suo ufficio al Palazzo di giustizia, abbattendone la porta. Gli angloamericani non potevano tollerare ciò cui stavano assistendo: la trasformazione, cioè, della capitale del Nord Italia da loro liberato, in un avamposto della sovietizzazione del Paese. A Milano, da Palazzo di giustizia, veniva guidato il braccio armato del Partito comunista, reso intoccabile, appunto, dalla funzione ufficiale di organo del Cln. Quella polizia segreta che, come l'Nkvd di Mosca, poteva arrestare, detenere, torturare, uccidere chiunque, senza alcuno straccio di garanzie legali e procedurali. Tuttavia, gli Alleati si scoprirono impotenti, in quanto il Pci riuscì a manovrare le proprie pedine a Palazzo di giustizia. In tal modo, il 28 giugno 1945, dovettero accettare che il comandante Ivo, dopo soli 30 giorni di detenzione nella caserma dei carabinieri di via Moscova, venisse rilasciato.
Documenti agghiaccianti sul sicario eccellente ungherese, e sui vani tentativi dei britannici di frenare i sanguinosi eccessi dei nuovi padroni rossi dell'Italia postfascista, li ho ritrovati in un Fondo documentario custodito negli archivi della Fondazione Isec (Istituto per la storia dell'età contemporanea) di Sesto San Giovanni, santuario culturale della vecchia Stalingrado nazionale. Nel 1947, o nel 48, mentre a Milano imperversava la Volante Rossa, altra squadra antesignana delle Brigate Rosse, Moskovitz venne rispedito dal Pci Oltrecortina, nell'Ungheria donde proveniva. Secondo il giornalista missino Giorgio Pisanò, autore di molte inchieste su quel periodo storico macchiato di sangue, Ivo rientrò poi in Italia, dove morì nel 1962.
Quanto a Spartaco Cavallini, gappista di Sesto San Giovanni (nome di battaglia, Spa), tecnico della Breda, era nato a Vigarano Mainarda, in provincia di Ferrara, il 15 ottobre 1912. Nel '27, emigrò a Milano. Si iscrisse al Pci nel 1942. Interrogato a sua volta dagli organi di polizia giudiziaria, in quell'infuocato 1957, tentò di costruirsi una verginità resistenziale, dichiarando di aver svolto il ruolo di commissario politico nella 51ª Brigata Capettini, che operava nell'Oltrepò pavese.
In realtà, mentiva. Perché era stato un quadro che il Pci aveva iniettato, come un'arma di distruzione batteriologica, dentro una Brigata Garibaldi del Lecchese, la 55ª Rosselli, di cui divenne comandante. A capo del distaccamento Carlo Marx della sua formazione, in Alta Valsassina, Cavallini si era dedicato, con altri, ad azioni scellerate che avevano suscitato allarme, tra gli organizzatori più lucidi e raziocinanti del movimento partigiano comunista, come lo stesso Neri.
Nel dopoguerra, dopo l'incarico nel gruppo clandestino MC/7, Spartaco fu membro della Commissione interna e del Comitato di gestione della Breda, segretario della Camera del Lavoro di Sesto San Giovanni, e componente del Comitato federale eletto al sesto Congresso provinciale del Pci, tenutosi a Milano nel novembre del 1947. Ma, già l'anno successivo, fu radiato dal suo partito. Morì, ad Abbadia Lariana, sul lago di Como, il 21 febbraio 1970.
Mario Tonghini, Stefano, tra i rari protagonisti superstiti della guerra partigiana nella zona del Lario, tratteggia Cavallini come una delle figure inquietanti che il Pci usò come fattore di deviazione, inquinamento e intossicazione ideologica dell'ambiente resistenziale. Tonghini, che oggi ha 94 anni e vive ad Alzate Brianza, in provincia di Como, si fece le ossa nella formazione autonoma dei Cacciatori delle Grigne, sulle montagne lecchesi, per terminare la sua battaglia come comandante di Brigata. Anticomunista di ferro, Stefano ricorda Spa come uno di coloro che «parlavano il linguaggio imperativo della violenza, della prevaricazione, e la patrocinavano».
Altro nemico giurato di Luigi Canali fu il terzo componente del nucleo speciale MC/7 Nicola Gambaruto, uno degli uomini che più operarono, fin dal 1944, su direttive del Partito comunista, per creare le condizione di isolamento politico del capitano, dentro i quadri resistenziali, che prepararono la sua eliminazione violenta. Nato a Vigliano d'Asti, l'8 ottobre 1921, Gambaruto fu responsabile di una condotta sconsiderata, nella battaglia resistenziale.
Il Pci fabbricò un castello di false accuse, per colpire Neri, emettendo contro di lui, e contro la sua compagna partigiana Gianna (Giuseppina Tuissi), una doppia sentenza di morte in contumacia, il 25 febbraio 1945, dopo l'evasione dell'esponente della Resistenza dal carcere fascista. Nicola, nell'organigramma delle Brigate Garibaldi, ereditò l'incarico di Canali, quale vicecomandante di Raggruppamento divisionale, mentre questi veniva esautorato e retrocesso al rango di comandante di divisione. Una purga disciplinare, che, unita alla pregressa condanna a morte emessa durante la lotta clandestina, precostituì la giustificazione per la successiva eliminazione violenta di Neri, da tempo dead man walking.
Sequestrato, a Como, la mattina del 7 maggio, dai suoi carnefici, Canali venne portato a Milano, alla sede del Comando regionale garibaldino lombardo, in via Ampère, per chiarire la sua posizione. Da lì, fu scortato nella vicina ex Casa del Fascio di via Andrea del Sarto.
La mia convinzione è che Fulvio Bellini sapesse, sulla fine di Neri, ben più di quanto ebbe a dire. Già membro dello stato maggiore della 110ª Brigata Garibaldi, che operava a Milano, dopo la Liberazione fu alle dipendenze dell'Ufficio quadri della Federazione provinciale del Pci. Per le funzioni politiche che svolgeva, fu a stretto contatto con gli esponenti della direzione del Partito comunista per l'Alta Italia: Longo, Emilio Sereni, Giancarlo Pajetta, Pietro Secchia, Arturo Colombi e altri.
Probabilmente, poté anche vedere, di sfuggita, Neri, durante le ore in cui fu detenuto in via Andrea del Sarto, e ciò fu alla base della sua testimonianza resa davanti alla polizia giudiziaria nel '57. Nessuno degli uomini che si macchiarono con il sangue di Canali, pagò i propri conti con la giustizia. I soli a finire incriminati, per concorso nell'assassinio di Neri, furono Gambaruto e Vergani. Il Pci fece eleggere Vergani in Parlamento, per procuragli lo scudo dell'immunità. Non fu, del resto, il solo ad essere elevato all'immeritata dignità di rappresentante del popolo. Anche Dante Gorreri, rinviato a giudizio quale mandante dell'omicidio di Gianna, venne scarcerato dopo la sua elezione a deputato, nel 1953. La Tuissi, infatti, seguì la sorte del proprio uomo. Sicari prezzolati del Partito comunista, la scaraventarono già dalla scogliera del Pizzo di Cernobbio, la sera del 23 giugno 1945: era il giorno del suo ventiduesimo compleanno.

21 mar 2016

La faccia da Mr.Bean e ..........

Il premier Matteo Renzi salirà al Colle per confrontarsi con il Capo dello Stato sulle nomine dei vertici militari. La partita delle nomine è fondamentale, per sbloccare la casella a cui tiene di più, quella dell’intelligence informatica, destinata a Marco Carrai. L’incarico potrebbe essere ufficializzato già in giornata. Ma chi c’è dietro Carrai? Quali sono i suoi soci? E soprattutto: perché Renzi non può rinunciare alla sua nomina? La risposta è proprio nella rete di rapporti, soldi e uomini, legati a doppio filo con Carrai. Una rete che il Fatto Quotidiano è in grado di rivelare. Grandi imprenditori delle infrastrutture pubbliche, consiglieri di Finmeccanica, capi di importanti gruppi bancari, ex agenti dei servizi segreti israeliani, uomini legati ai colossi del tabacco. Oltre al solito fedelissimo renziano Davide Serra, finanziere trapiantato a Londra e creatore del fondo Algebris. Persino un commercialista accusato di riciclaggio.
Una rete che si snoda intorno a Carrai proprio dal 2012: negli stessi giorni in cui Renzi avvia la scalata al Pd e poi al governo. Una rete che arriva sino a oggi, alla Cys4, la società di Carrai per la cybersicurezza. La stessa società a cui il governo si è aggrappato per giustificare le competenze di “Marchino”, come lo chiamano gli amici, per guidare il comparto dell’intelligence. Persino il ministro Maria Elena Boschi ne ha dovuto rispondere in aula. Eppure, è proprio la presenza sul mercato della Cys4 a rendere Carrai un uomo in pieno conflitto di interessi.
Quell’estate calda in Lussemburgo. Torniamo quindi al giugno 2012. Renzi annuncia la sua candidatura alle primarie contro Pier Luigi Bersani. Due mesi dopo Carrai vola in Lussemburgo. È il primo agosto. Il Richelieu del premier crea una società, la Wadi Ventures management capital sarl, con poche migliaia di euro e un pugno di soci. C’è la Jonathan Pacifici & Partners Ltd, società israeliana del lobbista Jonathan Pacifici, magnate delle start up che dalla “silicon valley” di Tel Aviv stanno conquistando il mondo.
A Carrai e Pacifici si uniscono la società Sdb Srl di Vittorio Giaroli e i manager Renato Attanasio Sica e Gianpaolo Moscati. I cinque della Wadi Sarl sono gli stessi che oggi controllano il 33 per cento della Cys4, la società di intelligence di Carrai. Un dato che in questa storia non bisogna mai dimenticare. Ma perché Carrai crea in Lussemburgo la Wadi sarl? La risposta arriva dalle visure camerali lussemburghesi. Fine principale: sottoscrivere e acquisire le partecipazioni di un’altra società, omonima e sempre lussemburghese, che in quel momento ancora non esiste: Wadi Ventures Sca. Nasce nel novembre 2012. Renzi è in piena campagna elettorale. Il 27 novembre l’amico Serra, già finanziatore della Fondazione Big Bang di Renzi, versa i primi 50 mila euro nella Wadi Sca. E nelle stesse settimane Carrai, in Italia, pone le basi della futura Cys4.
Il 26 ottobre “Marchino” crea l’embrione della sua futura creatura, quella dedita alla cybersecurity, e che vede Renzi, proprio oggi, impegnato ad affidargli il settore informatico della nostra intelligence.
La ramificazione israeliana. L’embrione della Cys4 si chiama Cambridge management consulting labs. È una società di consulenza aziendale, iscritta alla Camera di commercio il 6 novembre, un mese prima delle primarie. I soci della Cambridge? Gli stessi della Wadi Sarl lussemburghese. Che così controllano anche la cassaforte Wadi Sca. Nella quale, dopo Serra, entra la Fb group Srl, di Marco Bernabé, già socio della Cambridge.
Stessi uomini, società diverse, che dal Lussemburgo portano anche in Israele. Bernabè è socio di un’altra Wadi Ventures, con sede a Tel Aviv, al 10 di Hanechoshet street. È la stessa sede israeliana dell’italianissima Cambridge. Il 2 dicembre Renzi perde le primarie. Le società lussemburghesi legate a Carrai conquistano invece nuovi soci. Non dimentichiamo la squadra: gli uomini della Cambridge, sono gli stessi della Wadi sarl, che controlla la Wadi Sca. E in pochi mesi arriva un altro milione. Con quali soci?
A marzo 2013, nel capitale sociale, entra la Equity Liner con 100 mila euro, creata nel 2006 da tre società (Global Trust, Finstar Holding srl, Regent Sourcing Ltd) rappresentate da Annalisa Ciampoli. La Finstar Holding, è del commercialista e faccendiere romano Bruno Capone. La signora Ciampoli, pur non essendo indagata, è definita, in alcuni atti d’indagine – quelli su un’associazione per delinquere dedita al riciclaggio transnazionale – la collaboratrice di Capone. Capone, invece, è indagato dalla Procura di Roma per riciclaggio in relazione a ingenti trasferimenti di denaro in Lussemburgo che non riguardano la Wadi.
Nel marzo 2012, dunque, il nuovo socio del gruppo di Carrai è un presunto riciclatore, tuttora indagato. Sei mesi dopo, la Equity Liner riconducibile a Capone, viene venduta a un’altra società, la Facility Partners Sa. E Renzi torna a candidarsi per le primarie.
Maranzana
  Signori del tabacco e delle banche. In quei mesi, la lobby del tabacco è impegnata nella battaglia sulle accise. Il collegato alla Legge di stabilità prevede un aumento di 40 centesimi sui pacchetti più economici. L’operazione però salta. Renzi in quel momento non è ancora al governo. Ma è in corsa per le primarie, stavolta può vincere. Il presidente della Manifattura italiana tabacco, in quel momento, si chiama Francesco Valli. È lo stesso Valli che, fino al 2012, è stato a capo della British American Tobacco Italy. Non è di certo un uomo legato al Pd. Anzi. Presiede per tre anni, dal 2009 al 2012, la Fondazione Magna Charta creata dal senatore allora Pdl Gaetano Quagliarello. È lui il prossimo uomo ad aprire il portafogli. È il nuovo socio della Wadi Sca e del gruppo Carrai. Che la lobby della nicotina avesse finanziato Renzi, attraverso la fondazione Open, diventa noto nel luglio 2014, quando la British American Tobacco versa 100mila euro. Il Fatto può rivelare che l’interesse della lobby risale a un anno prima: tra aprile e settembre, Valli versa 150 mila euro alla Wadi Sca, diventando anch’egli socio di Carrai e Serra. Valli, contattato dal Fatto, ha preferito non commentare.
In pochi giorni si aggiunge anche Luigi Maranzana, che acquista azioni per 100 mila euro. È lo stesso Maranzana che oggi riveste la carica di presidente della Intesa San Paolo Vita, ramo assicurativo del gruppo bancario guidato da Giovanni Bazoli. Interpellato, non se n’è accorto: “Socio di Carrai e di Serra? Non ne so niente, Carrai non lo conosco, sono sempre stato lontano dalla politica – risponde al Fatto –. Ho solo fatto un investimento”. Chi gliel’ha suggerito? Clic.
Alla fine del 2013, quando Renzi diventa segretario del Pd e si avvicina a scalzare Enrico Letta, è il caso di fare qualche conto. Nella Wadi Sca, in un solo anno, sono entrati un milione e 50 mila euro e cinque nuovi soci. A controllare il tutto c’è Carrai. Non solo. Gli stessi soci di Carrai in Lussemburgo – Moscati, Bernabé, Pacifici, Sica e Giaroli – sono già attivi da un anno, in Italia, nella Cambridge, che a fine 2013 matura un utile di appena 46 mila euro. È destinato a salire vorticosamente nell’anno successivo. Quando Renzi diventa premier. Ed è proprio il 2014 a segnalare le novità più interessanti sul fronte lussemburghese.
Nominato in Finmeccanica, arriva il nuovo socio. Nella primavera del 2014, dopo aver conquistato la segreteria del Pd e varcato la soglia di Palazzo Chigi, Renzi è già impegnato nella sua prima tornata di nomine per le aziende di Stato. E nel cda di Finmeccanica entra un uomo che l’ha sostenuto sin dall’inizio: Fabrizio Landi, esperto del settore bio-medicale, tra i primi finanziatori della Leopolda con 10 mila euro. “Ma lei pensa che con 10 mila euro ci si compra un posto nella società più tecnologica del Paese?”, dice Landi all’Huffington Post. In effetti, tre mesi dopo la sua nomina in Finmeccanica, Landi versa altri 75 mila euro comprando altrettante azioni della Wadi Sca.
Non è l’unico a incrementare il capitale della Wadi e, soprattutto, a diventare socio del gruppo legato a Carrai. C’è anche un importante imprenditore che, proprio in quelle settimane, fatica a farsi ascoltare dall’ex ministro per le Infrastrutture, Maurizio Lupi, nonostante gestisca appalti pubblici per miliardi. Il suo nome è Michele Pizzarotti, costruttore.
“Sostegno all’estero” per l’uomo delle strade. Ad aprile Pizzarotti ha un problema: riuscire a parlare con l’ex ministro Maurizio Lupi. Per riuscirci, deve passare attraverso tale Franco Cavallo, detto “zio Frank”, amico di Lupi, che organizza tavoli con visione del ministro, annesso dialogo e strette di mano, in cene da 10mila euro: “Inizia alle 7? A che ora finirà? Si cena in piedi?”, chiede Pizzarotti a “zio Frank”, il 19 marzo 2014, annunciandogli la sua presenza. Dodici giorni dopo – il primo aprile 2014 – “zio Frank” gli fissa un appuntamento telefonico con Emanuele Forlani, della segreteria di Lupi, ma l’aggancio non funziona. “Mi ha detto ‘devo vedere’…”, spiega Pizzarotti a zio Frank, “per l’amor di Dio sarà impegnatissimo, però, ragazzi, stiamo parlando di un’impresa che ha in ballo 4 miliardi di opere bloccate per motivi burocratici assurdi”. Ecco, nell’aprile 2014, Pizzarotti ha un problema: tenta di parlare con Lupi perché vede le sue “opere bloccate per assurdi motivi burocratici”. Cinque mesi dopo, versa 100 mila euro in Lussemburgo, alla Wadi Sca, diventando socio degli uomini più vicini a Renzi. Eppure il business delle start up non è mai stato il suo core business. Due mesi dopo questo versamento Renzi è a Parma, nell’azienda Pizzarotti, dove lo accolgono il patron Paolo con i figli Michele ed Enrica: “Occorre far ripartire l’edilizia”, dice davanti alle tv, “il governo vuol sostenere le imprese italiane all’estero”.
Di certo, in quel momento, c’è che è proprio Pizzarotti a sostenere un’azienda all’estero, per la precisione la Wadi sca. Contattato dal Fatto, l’imprenditore spiega che i problemi sono rimasti anche con l’arrivo al posto di Lupi di Graziano Delrio che però, a differenza del predecessore, almeno l’ha ricevuto. “Ci ha accolto, sì, ma senza alcun vantaggio per i nostri lavori”. Chi l’ha invitata – chiediamo – a investire nella Wadi? “Pacifici. Non sapevo fosse controllata da Carrai”. E sono due. Poi aggiunge: “L’ho scelta perché investe in start up in Israele, Paese più innovativo assieme alla California, dove peraltro la mia impresa lavora, nella convinzione di fare un affare azzeccato. Pacifici mi invia periodicamente report sull’andamento dei nostri investimenti”. E Israele, in questa storia, è davvero centrale.
Pizzarotti Valli
Dal Mossad agli affari. Alla Wadi Sarl, nell’estate del 2014, si aggiunge un’altra società, la Leading Edge, riconducibile a Reuven Ulmansky, veterano della unità 8200 dell’esercito israeliano, creata nel 1952, equivalente alla National security agency (Nsa) degli Usa, dedita da sempre alla guerra cibernetica e alla “raccolta dati” per l’intelligence israeliana. Ulmansky è socio di Carrai e degli stessi uomini che, pochi mesi dopo, nel dicembre 2014, partecipano con il 33 per cento alla neonata Cys4 che, guarda caso, vanta tre sedi in Italia e una a Tel Aviv.
Chi sono i soci della Cys4? Per il 33 per cento, appunto, sono Sica, Moscati, la Fb di Bernabè, Pacifici e Carrai. Quali sono i soci della lussemburghese Wadi Sarl? Sica, Moscati, Bernabé, Pacifici, Carrai. E Sica, Moscati e Carrai, amministrano la cassaforte Wadi sca, dove hanno investito i loro soldi Serra, il futuro capo di San Paolo Vita, Maranzana, il futuro consigliere di Finmeccanica Landi, l’uomo della lobby del tabacco Valli, il grande imprenditore Pizzarotti.
Con i nuovi soci si cresce. Il 30 novembre 2014 la società porta il capitale a 1,5 milioni e delibera aumenti fino a 3 milioni. Gestiti dagli stessi uomini che controllano, attraverso la Cambridge, il 33 per cento della Cys4. E sul fronte italiano? La Cambridge, amministrata dallo stesso gruppo, nel 2014 vede esplodere l’utile da 46 mila euro a 1,5 milioni.
Ieri Il Fatto ha contattato Carrai, che ha preferito non rispondere alle nostre domande. È per lui che il premier Renzi sta ridisegnando l’intelligence del Paese, ridistribuendo poteri e rischiando disequilibri e frizioni con il Quirinale. Il tutto solo per creare un ruolo chiave da assegnare a Marco Carrai.
Da Il Fatto Quotidiano del 21/03/2016

4 dic 2015

SCIE CHIMICHE

Nel profondo Nordest c’è chi si impegna a denunciare all’opinione pubblica quello che sarebbe forse il più grande complotto in atto ai danni dell’umanità: la geo-ingegneria, ovvero la modificazione e il controllo del clima. È con questo intento che da quasi un anno Cristiano Di Paolantonio ha attivato a Pordenone il presidio “Stop Scie Chimiche”.
Chi siete e cosa denunciate?
Siamo un presidio contro la geo-ingegneria, ossia la modificazione del clima. È stata un’idea mia e di mio fratello nata spontaneamente, perché l’unico modo di far sapere alla gente cosa sta succedendo arrivando a tutti è esserci non virtualmente, ma fisicamente. Di qui l’idea del presidio permanente. Siamo l’unico in Europa. Gli unici “fuori di testa”.
Riesci a riassumere in breve per chi si informa unicamente sui media tradizionali la verità del sistema in cui viviamo? Ovvero, chi sta facendo cosa e perché? 
Diciamo che ci stiamo arrivando. Le informazioni che girano sono tante. La cosa certa è che la geo-ingegneria è sotto gli occhi di tutti. In internet si può trovare l’ “Accordo sulla modificazione del clima Usa-Italia” firmato dai governi Bush e Berlusconi nel 2001. È un capitolato di 50 pagine, incompleto, perché quando vengono pubblicate informazioni che dovrebbero essere segrete vuol dire che sono state appositamente filtrate, dove però si possono leggere i partecipanti a questo progetto, che sono soprattutto enti pubblici e multinazionali private. Il clima è già in mano loro. I voli sono 24 ore su 24. Solo in Italia si spendono circa 22 milioni di euro al giorno. Molto spesso vengono usati aerei low cost, quindi la crisi mondiale è servita anche a questo, con diverse compagnie sull’orlo del fallimento che si sono asservite totalmente a questi fini. Loro creano shock termici, facendo crollare la temperatura di notte, soprattutto durante la semina. Poi verso il periodo del raccolto creano le cosiddette “bombe d’acqua”, anch’esse create ad hoc. E lo fanno in tutto il mondo.
Ma quale sarebbe il “grande piano”?
L’obbiettivo è il controllo totale del destino umano, perché vien da sé che anche se esistono piccole realtà fuori dal sistema globale, quando controlli il clima controlli tutti. Inoltre, come se tutto ciò non fosse un’arma già abbastanza potente, viene anche utilizzato come diversivo, perché distrae l’attenzione da altre cose che stanno avvenendo a terra.
Cioè, le scie chimiche sarebbero sia un’arma in senso stretto, sia un’arma di distrazione di massa?
Esatto. Via internet vengono diffuse tantissime di false informazioni, nelle quali ci siamo imbattuti anche noi, ad esempio su avvelenamenti da bario o alluminio, che abbiamo capito non essere possibili a concentrazioni tanto elevate. Anche perché rimarrebbero contaminati anche quelli che portano avanti le irrorazioni, mentre loro non vogliono far fuori la manovalanza, ma schiavizzarla e portarla in un gioco di psicosi e nevrosi per renderla più manovrabile.
Quali sono i rischi per la salute e l’ambiente di queste irrorazioni?
Il rischio è soprattutto per l’ecosistema, in quanto viene amplificato a dismisura l’effetto serra. Prendiamo l’Italia, che ha un’economia basata sul mercato agroalimentare e turistico. Facendo fallire con la guerra climatica questi settori, noi perdiamo la nostra forza e non ci possiamo permettere di ipotizzare un’uscita dall’euro, che è quello che loro – i politici/parassiti – vogliono, ovvero schiavizzarci all’infinito. La guerra climatica serve ad asservirci alle corporation come la Monsanto. Non ci sono invece rischi diretti per la salute. Vogliono farcelo credere, in modo da sviare l’attenzione e da ridicolizzare chi li combatte.
In cosa consiste l’attività del presidio?
Per esempio, a febbraio abbiamo organizzato la più grande conferenza sulle scie chimiche mai fatta in Europa, alla quale hanno partecipato più di 1000 persone. Quando inizi una battaglia di questo tipo, senza legami politici e contro tutti, avvengono sabotaggi di ogni tipo. E visto che non ti puoi fidare di nessuno, non studiamo mai nessuna strategia. Ci muoviamo a intuito, siamo dei cani sciolti. Niente associazione, il nostro è un gruppo aperto e non ci interessa fare numero. Ci interessa solo denunciare volta per volta le cose che scopriamo, distribuendo volantini o attraverso la nostra pagina Facebook. Anche se io sono contrario a Facebook. Non ce l’ho e non aprirò mai un profilo, perché è una trappola ideata dal sistema per creare delle fazioni contrapposte, come nella politica, polarizzando la coscienza delle persone per non farle uscire da questo giogo.
Avete avuto qualche risposta dalle istituzioni?
No. Sarebbe come chiedere alla mafia di ammettere di essere mafiosi. Non lo farebbe mai. Non ci interessa ottenere risposte da loro, perché sarebbe impossibile.
Avete mai avuto problemi con le autorità a causa della vostra attività?
No, perché non facciamo mai niente di illegale. Anzi, la Digos ci tutela, perché vuole sapere come ci muoviamo. Ci danno le autorizzazioni perché ci vogliono controllare. Tuttavia abbiamo subito diversi tentativi di sabotaggio e abbiamo un sospetto sugli autori.
Come ha risposto la cittadinanza alla presenza del presidio?
Bene. Abbiamo riscontrato interesse da parte di persone di tutte le età, che quando vedono documenti come l’accordo Usa-Italia iniziano a ragionare.
Cosa rispondi a chi deride le vostre teorie?
Noi non facciamo parte né dei negazionisti né dei complottisti, non siamo dei montati o dei fanatici. Siamo “possibilisti”. Se qualcuno ci deride per questo non ci fa né caldo né freddo. Il problema vero è che il 90% dei profili e delle pagine Facebook che si occupano dell’argomento sono dei fake gestiti dalla Digos per creare una rete il più grande possibile dove far finire tutti i pesci. Chi deride l’argomento fa parte dello stesso gruppo di chi combatte contro la geo-ingegneria.
Come mai, se ormai la verità è venuta a galla, il mondo non si è ancora rivoltato contro i poteri occulti che lo manovrano?
Per un motivo semplice: la gente è abituata a non combattere, perché ci viene insegnato che c’è sempre qualcosa da perdere. Per me quando combatto c’è sempre qualcosa da guadagnare, ma la maggior parte della gente ragiona nel modo opposto: “cosa posso guadagnare dal non lottare”?
In definitiva, come possiamo salvarci?
In questo momento è impossibile pensare di fermare le scie chimiche. Sarebbe fanatismo pensarlo. Il potere è in mano loro sotto tutti i punti di vista. Noi possiamo solo salvare la nostra mente dall’essere completamente asservita al potere, combattendo giorno per giorno le ingiustizie sotto ogni fronte della vita quotidiana e risvegliare la coscienza degli altri.

4 nov 2015

PER NON DIMENTICARLI. LA NOSTRA LIBERTA'

IL TESTO INTEGRALE DEL BOLLETTINO DELLA VITTORIA

Comando Supremo, 4 Novembre 1918, ore 12

La guerra contro l'Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 Maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi è vinta.

La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso Ottobre ed alla quale prendevano parte
cinquantuna divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatre divisioni austroungariche, è finita.

La fulminea e arditissima avanzata del XXIX corpo d'armata su Trento, sbarrando le vie della
ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria.
Dal
Brenta al Torre l'irresistibile slancio della XII, dell'VIII, della X armata e delle divisioni di
cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente.

Nella pianura, S.A.R. il Duca d'Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata,
anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva
perdute.

L'Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi giorni e nell'inseguimento ha perdute quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecento mila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinque mila cannoni.
I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza
speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.

Armando Diaz
__________________

18 set 2015

PIGNORAMENTI

Con l’ultima riforma introdotta con il decreto-legge 27 giugno 2015, n. 83 in tema di misure urgenti in materia fallimentare, civile e processuale civile, nonché di organizzazione e funzionamento dell’amministrazione giudiziaria, decreto convertito nella recentissima legge 6 agosto 2015 n. 132, il legislatore in materia di processo esecutivo ha fatto la scelta irreversibile della modalità telematica nella ricerca dei beni da sottoporre a pignoramento, modificando il codice di procedura civile e le norme di attuazione e, soprattutto in tema di esecuzione e fallimento ha introdotto, in via esclusiva, proprio gli strumenti informatici e telematici per la ricerca dei beni da sottoporre all’esecuzione forzata.
Su questo versante è da segnalare in particolare l’art. 14 del decreto in esame con il quale sono state introdotte rilevanti modifiche alle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile ed è stato modificato il primo comma dell’articolo 155-quater. Con la novella si prevede, infatti, che tutte le pubbliche amministrazioni le quali attualmente gestiscono banche dati contenenti informazioni utili ai fini della ricerca di cui all’articolo 492-bis del C.P.C. - ossia per la ricerca, con le modalità telematiche, dei beni da sottoporre a pignorare - dovranno mettere a disposizione degli ufficiali giudiziari la possibilità di accedere alle relative banche dati, su richiesta del Ministero della giustizia, con le modalità di cui all’articolo 58 del codice dell’amministrazione digitale, di cui al decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, e successive modificazioni ed integrazioni.
Si prevede a tal fine che sino a quando non saranno definiti dall’Agenzia per l’Italia digitale gli standard di comunicazione e le regole tecniche di cui al comma 2 del predetto articolo 58, le pubbliche amministrazioni comunicheranno, tra loro, attraverso la messa a disposizione, a titolo gratuito, degli accessi alle proprie basi di dati alle altre amministrazioni.
L’Agenzia per l’Italia digitale, infatti, sentito il Garante per la protezione dei dati personali e le amministrazioni interessate alle comunicazioni telematiche, ivi incluso il Ministero della giustizia, dovrà definire entro novanta giorni, dall’entrata in vigore della norma, che è entrata in vigore il 21 agosto c.a. (giusta G.U. n. 192 del 20 agosto 2015), gli standard di comunicazione e le regole tecniche a cui le pubbliche amministrazioni dovranno conformarsi.
Qualora poi l’amministrazione che gestisce i dati o il Ministero della giustizia – che deve pubblicare sul portale dei servizi telematici l’elenco delle banche dati per le quali è possibile l’accesso da parte dell’ufficiale giudiziario per le ricerche di cui all’articolo 492-bis del codice - non dispongano dei sistemi informatici per la cooperazione applicativa, l’accesso avverrà previa convenzione, tra le amministrazioni, per la fruibilità informatica dei dati posseduti.
Infine il Presidente del tribunale, o un giudice da lui delegato, potranno sempre disporre che l’ufficiale giudiziario acceda mediante collegamento telematico diretto ai dati contenuti nelle banche dati delle pubbliche amministrazioni e, in particolare, nell’anagrafe tributaria, compreso l’archivio dei rapporti finanziari, e degli enti previdenziali, per l’acquisizione di tutte le informazioni rilevanti per l’individuazione delle cose e dei crediti da sottoporre ad esecuzione forzata comprese quelle relative ai rapporti intrattenuti dal debitore con istituti di credito e datori di lavoro o committenti, con la conseguenza che l’accesso informatico non darà più nessuna possibilità al debitore di occultare i beni da sottoporre all’esecuzione forzata.

15 set 2015

BUFFONI

Ogni anno verso l’autunno la Consip – società controllata dal ministero del Tesoro che si occupa degli acquisti del settore pubblico – scopre di quante macchine di servizio a noleggio (senza conducente) ha bisogno la Pubblica amministrazione e poi organizza l’asta.
La richiesta per quest’anno è aumentata perché il governo renziano, per dar seguito ai propositi mediatici del Capo, ha tagliato senza criterio e ha bloccato gli acquisti, tranne che per la sicurezza (volanti della polizia) e la sanità (le ambulanze degli ospedali).

Più Palazzo Chigi taglia, o simula il taglio, più s’impenna la quota di macchine a noleggio.
È come il gioco delle tre carte.

Con le concessionarie che vincono la gara, Consip stipula una convenzione della durata di 12 mesi e fissa il limite di spesa (per il 2015, appunto, sono 106 milioni di euro), poi ciascuna amministrazione – inclusa quella centrale, cioè ministeri e governo – riceve l’auto che preferisce per un paio di anni o al massimo tre: modello utilitaria a benzina, berlina di media cilindrata a diesel oppure monovolume a metano o anche elettrica.

Consip prevede un esborso per il 2015 di 106 milioni, somma (esclusa Iva) che va ridotta di un 10-15 per cento se l’asta viene aggiudicata con un buon ribasso.
Rispetto al 2013 (gestione condivisa Monti-Letta), Consip pagherà 26 milioni in più – da 80,3 a 106 milioni – per quasi duemila vetture in più (5.900 anziché 4.075).

8 set 2015


SIRIA al bivio

Il 5 settembre il segretario di stato americano John Kerry ha telefonato al ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, avvertendolo di non intensificare il sostegno militare al governo siriano.

Kerry ci è andato giù pesante, dicendo a Lavrov che le azioni della Russia potrebbero “portare alla perdita di altre vite innocenti, all’incremento dei flussi migratori e al rischio di uno scontro con la coalizione che lotta contro lo Stato islamico in Siria”.

Finora Mosca si è limitata a inviare in Siria una squadra militare di quelle che solitamente vengono dislocate per preparare l’arrivo di un contingente molto più grande. Ha anche mandato un centro di controllo del traffico aereo e alcune unità abitative per il proprio personale presso una base aerea siriana.
 
Questo significa probabilmente che i russi si stanno preparando a intervenire per salvare il presidente Bashar al Assad. Nei quattro anni di guerra civile in Siria, il Cremlino ha fornito ad Assad sostegno diplomatico, aiuti economici e armi, ma questo non è più sufficiente. Ci vorrà almeno una rapida consegna di armi pesanti, e forse anche l’intervento dell’aviazione russa in sostegno all’esausto esercito siriano.

Ne hanno davvero bisogno.

Da maggio, quando i jihadisti del gruppo Stato islamico hanno conquistato Palmira nel centro della Siria, hanno continuato ad avanzare verso ovest a partire dalla loro nuova base.
Un mese fa hanno conquistato la città a maggioranza cristiana di Al Qaratayn, a nordest di Damasco (i cui abitanti, naturalmente, sono fuggiti). E ora le truppe dello Stato islamico sono a trenta chilometri dalla M5, l’autostrada che collega Damasco con le altre parti della Siria che sono ancora sotto il controllo del governo.

Tra l’altro, se i jihadisti hanno conquistato Palmira è perché la “coalizione contro lo Stato islamico” (in pratica l’aviazione statunitense) non ha lanciato neanche una bomba per difenderla. Ha effettuato almeno mille missioni per difendere Kobane, la città curda al confine con la Turchia assediata dai combattenti del gruppo Stato islamico, perché i curdi erano alleati di Washington.

Palmira invece era difesa dai soldati di Assad, e quindi gli Stati Uniti hanno lasciato che lo Stato islamico se ne impadronisse.
Si può facilmente immaginare l’orrore di Kerry (e di Obama) all’idea che difendendo Palmira dessero l’impressione di star proteggendo il brutale regime di Assad.

Ma se le truppe dello Stato islamico riusciranno a tagliare l’M5, questo sarà visto come un segno dell’imminente sconfitta del governo.
A quel punto quasi la metà delle persone che ancora vivono in territori controllati dal regime di Damasco (circa 17 milioni di persone) potrebbero farsi prendere dal panico e cercare di lasciare il paese. Tra questi ci sarebbero naturalmente le minoranze religiose (cristiani, alawiti e drusi): cinque milioni di persone che hanno buone ragioni di temere di essere massacrate, stuprate o ridotte in schiavitù dai jihadisti. Anche i milioni di musulmani sunniti che hanno servito il governo e l’esercito sarebbero in pericolo.

Quindi altri quattro o cinque milioni di profughi potrebbero riversarsi fuori dai confini della Siria, aggiungendosi ai quattro milioni che lo hanno già fatto.

Quel che si lascerebbero alle spalle sarebbe una Siria interamente controllata dai jihadisti. A quel punto resterebbe solo da vedere se questi seguiranno la strada dei profughi, attaccando il Libano e la Giordania, o se cominceranno a combattersi tra loro. Tutti e tre i principali gruppi islamisti – lo Stato islamico (non più sostenuto da Turchia e Arabia Saudita), il Fronte al nusra e Ahrar al-Sham (che invece lo sono ancora) – sono praticamente identici per quanto riguarda l’ideologia e gli obiettivi finali. Hanno tuttavia alcune differenze tattiche: lo scorso anno lo Stato islamico e il Fronte al nusra hanno avuto una disputa territoriale piuttosto seria, che forse potrebbe tenerli impegnati.

Ma anche se così fosse, la Siria sarebbe perduta.

È questo il rischio che i russi vedono all’orizzonte ed è per questo che forse sono decisi a combattere.

Il 4 settembre, quando gli è stato chiesto se volesse farsi coinvolgere direttamente nel conflitto siriano, il presidente russo Vladimir Putin si è limitato a dire che la domanda era “prematura”. Nessuno ama Assad, neanche i russi, ma è il male minore tra le possibilità che ancora rimangono. Per essere precisi, è l’unica alternativa che rimane alla vittoria dei jihadisti.

La maggior parte dei ribelli “moderati” hanno smesso di combattere o sono fuggiti all’estero, incapaci di competere con i jihadisti per potenza di fuoco, risorse e atrocità. L’idea che gli Stati Uniti possano creare una “terza forza” moderata capace di sconfiggere sia i jihadisti sia Assad è un’illusione che serve solo a salvare la faccia.

Mosca ha usato la diplomazia per salvare l’amministrazione Obama da se stessa due anni fa, quando Washington era pronta a bombardare l’esercito di Assad per rispondere alle accuse (forse non vere) secondo cui questo aveva usato gas contro i civili.

Ma stavolta l’unico modo in cui la Russia può evitare il disastro è mettere in campo le proprie forze aeree, e forse anche quelle di terra.

Se lo farà, la domanda principale sarà se gli Stati Uniti lasceranno che sia la Russia a svolgere un compito che per loro è troppo spinoso o se invece cederanno alle rimostranze degli alleati turchi e sauditi, opponendosi all’intervento russo.

Dal momento che gli Stati Uniti non hanno una loro strategia coerente, è impossibile prevedere come reagiranno.

Nonostante le sbruffonate di Kerry, neanche a Washington sanno ancora cosa fare.
(Traduzione di Federico Ferrone)


Morale della favola ? Che idioti questi americani .......o forse no ? Petrolio ? Gas ? Armi ? Ricostruzione ? Erba ? 

4 mag 2015

Come non condividere ?

Riporto questo articolo di Magdi Allam


Venerdì primo maggio a Milano nello scontro con i cosiddetti «antagonisti» si è registrata la convergenza e si è toccato con mano il fallimento della medesima strategia adottata, a partire dagli anni Settanta, dai governi italiani con la criminalità organizzata e il terrorismo di matrice interna e straniera.
La sintesi di questa comune strategia è di pervenire, costi quel che costi, a un accordo sottobanco con il nemico dichiarato dello Stato incentrato su questo baratto: «Io Stato ti garantisco un margine di legittimità informale e persino di operatività sostanziale che consenta a te, nemico dello Stato, di attuare almeno parzialmente gli obiettivi che corrispondono alla tua ragion d'essere. Tu nemico dello Stato mi garantisci che non attenterai agli obiettivi vitali dello Stato, non concepirai il territorio nazionale come campo di battaglia contro l'Italia o di regolamento di conti contro fazioni avverse alla tua area di appartenenza».
In definitiva i governi hanno delegato principalmente ai Servizi segreti, che istituzionalmente sono preposti alle operazioni clandestine, e alla Digos che è l'apparato di Polizia radicato sul territorio e infiltrato negli ambienti più pericolosi per la sicurezza nazionale, il compito di trattare, definire e far rispettare dei singolari patti di convivenza contronatura tra nemici all'interno di una casa comune, che è la nostra Italia. Apparentemente lo Stato, quale padrone di casa, ha il coltello dalla parte del manico. Di fatto i risultati confermano che a beneficiare di questa strategia del «vivi e lascia vivere», sono stati principalmente i nemici dello Stato.
Se per il ministro degli Interni Alfano, secondo una dichiarazione resa ieri, l'intervento delle forze dell'ordine a Milano è da considerarsi un successo perché «ha evitato il peggio», in quanto «la giornata inaugurale dell'Expo non è stata macchiata dal sangue né dei manifestanti né delle forze dell'ordine», ebbene sorgono più di un dubbio.
Innanzitutto, come potrebbe sentirsi tranquillo Alfano con circa un migliaio di terroristi urbani (è il termine più corretto rispetto a «teppistelli figli di papà», «farabutti col cappuccio», «imbecilli violenti», considerando l'armamentario da guerriglia urbana, l'organizzazione militarizzata e il livello della devastazione prodotta), provenienti da vari Paesi europei che si sono infiltrati in Italia e che potrebbero rimettere a ferro e fuoco Milano durante i prossimi sei mesi di durata dell'Expo?
In secondo luogo come può Alfano cantare vittoria quando il centro di Milano è stato trasformato in un campo di battaglia con le strade deserte avvolte dal fumo delle molotov e dal fumo dei lacrimogeni, con decine di auto incendiate, banche, negozi ed edifici danneggiati, fioriere divelte e cassonetti dati alle fiamme?
È possibile che Alfano ostenti una certa tranquillità perché si sarebbe arrivati a un accordo con i terroristi urbani, del tipo: «Vi abbiamo lasciato sfogare, avete avuto modo di mostrare al grande pubblico le ragioni per cui scegliete di protestare violentemente, ora però tornate a rispettare i patti». In cosa concretamente consistono questi patti? Vi siete mai chiesti come sia possibile che questi terroristi urbani, indicati come «centri sociali», «black bloc» «anarchici» o «cani sciolti», dispongano all'interno delle nostre città di sedi il cui affitto e le varie utenze vengono pagate dalle istituzioni dello Stato che loro combattono come il nemico? Vi siete mai chiesti come sia possibile che le leggi dello Stato tutelino più questi nemici dello Stato rispetto alle forze dell'ordine che rischiano la vita per difendere lo Stato?
Ebbene ciò prefigura un patto simile a quello stipulato con i terroristi palestinesi dell'Olp in base al quale l'Italia chiuse un occhio per consentire loro di far transitare armi e denaro sporco, ottenendo in cambio la preservazione del suolo nazionale dagli attentati terroristici, anche se fummo comunque colpiti dal gruppo di Abu Nidal che era nemico di Arafat. Oggi l'Italia si è alleata con i Fratelli musulmani, che offrono la loro collaborazione per scovare i terroristi islamici di Al Qaida o dell'Isis, ottenendo in cambio la legittimazione ufficiale e il controllo delle moschee su cui fondano l'islamizzazione dell'Occidente.
Sia con i terroristi urbani sia con i terroristi islamici l'Italia opera con una visuale miope: la parola d'ordine è evitare che mettano la bomba oggi, mentre ciò che potrebbe accadere domani non è affare mio; quindi è opportuno cercare di andare d'accordo con tutti e non inimicarsi nessuno. Un tribunale della storia lo condannerebbe come «alto tradimento». Preferiamo essere ricordati come le vittime sacrificali di questi patti suicidi con il nemico o assumere da subito da protagonisti l'iniziativa di assicurare anche ai nostri figli e nipoti il diritto a vivere con dignità e libertà dentro casa nostra?

6 apr 2015

LINUS

Linus.
I cinquant'anni della rivista che nacque a Milano, nell'aprile del 1965 in un clima di grande fervore culturale.
Un esperimento creativo, fra fumetto, scrittura e tanta intelligenza.

Gio­vanni Gan­dini, tut­to­fare edi­to­riale, importa dagli Stati Uniti i Pea­nuts di Char­les M. Schulz e li pub­blica prima in un libro (Arriva Char­lie Brown, 1963, maglietta a righe come quelle dei ragazzi di Genova ’60, ma Schulz non poteva saperlo), poi su una rivi­sta creata per l’occasione: linus (rigo­ro­sa­mente minu­scolo, di molto ante­ghezzi). Siamo nell’aprile del 1965.
L’editore della rivi­sta, come del pre­ce­dente volume, è Milano Libri, entità allora cono­sciuta come libre­ria in via Verdi, accanto alla Scala, gestita da Anna­ma­ria Gre­go­rietti, moglie di Gan­dini.
Linus però non si limita a ospi­tare le stri­sce di Linus (van Pelt, con coperta appog­giata alla guan­cia, immor­ta­lata sulla prima coper­tina), Char­lie Brown, Lucy e il brac­chetto Snoopy (alle prese con il suo romanzo dall’incipit dive­nuto cele­ber­rimo «era una notte buia e tem­pe­stosa»), ci sono altri fumetti per grandi: Li’l Abner, Crazy Cat, Popeye.
Nei numeri imme­dia­ta­mente suc­ces­sivi si affac­ciano altri nomi impor­tanti come Guido Cre­pax e la sua Valen­tina, Enzo Lunari e Giri­ghiz, la pre­i­sto­ria di B.C., Pogo, il mago Wiz e ancora Copi, Feif­fer, Wolin­ski. Un’escalation irre­si­sti­bile. Senza tra­scu­rare la pagina dei Wutki, gio­chi mate­ma­tici, non­sense magi­strali e gli inar­ri­va­bili lime­rick curati da Ser­gio Morando.

3 apr 2015

REATI DEPENALIZZATI

Questo è un elenco preciso dei reati per i quali viene lasciata alla discrezionalità del Giudice il procedere o meno contro il reato commesso.

Grazie governo renzi. Grazie. Ci voleva proprio. Così i malfattori sapranno che questo è il paese dei bengodi.

Quali sono i reati che non prevederanno il carcere
– Abbandono di persone minori o incapaci – art.591 c.p. co.1
– Abusivo esercizio di una professione – art 348
– Abuso dei mezzi di correzione o di disciplina – art.571 c.p.
– Abuso d’ufficio – art.323 c.p.
– Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico – art.615 ter
– Arbitraria invasione e occupazione di aziende agricole o industriali. Sabotaggio – art.508 c.p.
- Adulterazione o contraffazione di cose in danno della pubblica salute – art.441 c.p.
– Appropriazione indebita – art.646 c.p.
– Arresto illegale – art.606 c.p.
– Assistenza agli associati (anche mafiosi) – art.418 co.1 c.p.
– Attentato a impianti di pubblica utilità – art.420 c.p.
– Attentati alla sicurezza dei trasporti – art.432 c.p.
– Atti osceni – art.527 c.p.
– Atti persecutori (stalking) – art.612 bis co.1
– Commercio o somministrazione di medicinali guasti – art.443 c.p.
– Commercio di sostanze alimentari nocive – art.444 c.p.
– Contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari – art.517 quater
– Corruzione di minorenne – art.609 quinquies co.1 c.p.
– Crollo di costruzioni o altri disastri dolosi – art.434 co.1 c.p.
– Corruzione – art-318 c.p.
– Danneggiamento – art.635 c.p.
– Danneggiamento a seguito d’incendio – art.423 c.p.
– Danneggiamento seguito da inondazione,frana valanga – art.427 co.1 c.p.
– Danneggiamento di informazioni e programmi informatici – art.635 bis c.p.
– Danneggiamento di sistemi informatici o telematici – art.635 quater c.p.
– Detenzione di materiale pornografico – art.600 quater c.p.
– Deviazione di acque e modifiche dello stato dei luoghi – art.632 c.p.
– Diffamazione – art. 595 c.p.
– Divieto di combattimento tra animali – art.544 quinquies
– Esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza – artt.392-393 c.p.
– Evasione – art 385 c.p.
– Fabbricazione o detenzione di materie esplodenti – art.435 c.p.
– False informazioni al P.M. – art.371 bis
– Falsità materiale del P.U. – art.477 c.p.
– Favoreggiamento personale – art-378 c.p.
– Favoreggiamento reale art.379 c.p.
– Frode informatica – art.640ter co.1-2 c.p.
– Frode in emigrazione art.645 c.p.co.1
– Frode nelle pubbliche forniture – art.356
– Frode processuale – art.374 c.p.
– Frodi contro le industrie nazionali – art.514 c.p.
– Frode nell’esercizio del commercio – art.515 c.p.
– Furto – art.624 c.p.
– Gioco d’azzardo – art.718-719 c.p.
– Impiego dei minori nell’accattonaggio – art.600 octies c.p.
– Incesto – art.564 1 co. C.p.
– Inadempimento di contratti di pubbliche forniture art.355 c.p.
– Indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato – art 316 ter
– Ingiuria – art.594 c.p.
– Ingresso abusivo nel fondo altrui – art.637 c.p.
– Insolvenza fraudolenta – art.641 c.p.
– Interferenze illecite nella vita privata – art. 615 bis
– Interruzione di pubblico servizio – art.331 c.p.
– Intralcio alla giustizia – art.377 c.p.
– Introduzione nello Stato e commercio di prodotti falsi – art.474 c.p.
– Introduzione o abbandono di animali nel fondo altrui – art.636 c.p.
– Invasione di terreni o edifici – art.633 c.p.
– Istigazione a delinquere – art.414 c.p.
– Istigazione a disobbedire alle leggi – art.415 c.p.
– Lesione personale – art.582 c.p.
– Lesioni personali colpose art.590 c.p.
– Maltrattamento di animali – art.544 ter
– Malversazione a danno dei privati – art.315 c.p.
– Malversazione a danno dello Stato – art.316 bis
– Mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice – art.388 c.p.
– Manovre speculative su merci – art.501 bis c.p.
– Millantato credito – art.346 c.p.
– Minaccia – art. 612 c.p.
– Occultamento di cadavere – art.412 c.p.
– Oltraggio a P.U. – art.341 bis
– Oltraggio a un magistrato in udienza art.343 c.p.
– Omessa denuncia di reato da parte del P.U. – art.361
– Omicidio colposo – art.589 c.p. co.1
– Omissione di referto – art.365 c.p.
– Omissione di soccorso – art. 593 c.p.
– Patrocinio o consulenza infedele – art.380 c.p.
– Peculato mediante profitto dell’errore altrui – art.316 c.p.
– Percosse – art. 581 c.p.
– Possesso e fabbricazione di documenti di identificazione falsi – art.497 bis co.1.
– Procurata evasione – art.386 co.1
– Procurata inosservanza di pena – art.390 c.p.
– Resistenza a P.U. – art. 337 c.p.
– Rialzo e ribasso fraudolento di prezzi sul pubblico mercato o nelle borse di commercio – art.501 c.p.
– Rimozione od omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro – art.437 c.p.
– Rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio – art.326 c.p.
– Rivelazione di segreti inerenti ad un procedimento penale – art.379 bis
– Rifiuto di atti d’ufficio. Omissione – art.328 c.p.
– Rissa – art.588 c.p.
– Simulazione di reato – art.367 c.p.
– Sostituzione di persona – art.494 c.p.
– Sottrazione o danneggiamento di cose sottoposte a sequestro – art.334 c.p.
– Sottrazione di persone incapaci – art.574 c.p.
– Sottrazione e trattenimento di minori all’estero – art.574 bis
– Stato d’incapacità procurato mediante violenza – art. 613 c.p.
– Traffico d’influenze illecite – art.346 bis
– Truffa – art.640 c.p.
– Turbata libertà degli incanti – art.353
– Turbativa violenta del possesso di cose immobili – art.634 c.p.
– Usurpazione di funzioni pubbliche – art.347
– Uccisione di animali – art.544 bis
– Uccisione o danneggiamento di animali altrui – art.638 c.p.
– Vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine – art.516 c.p.
– Vilipendio delle tombe – art.408
– Vilipendio di cadavere – art.410 co.1
– Violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza – art 616 c.p.
– Violazione di domicilio art.614 c.p.
– Violazione di domicilio commessa dal P.U. – art. 615 c.p.
– Violazione di sepolcro – art.407 c.p.
– Violazione di sigilli art.349
– Violazione degli obblighi di assistenza familiare – art.570 c.p.
– Violenza o minaccia a P.U. art.336 c.p.
– Violenza privata – art.610 c.p.
– Violenza o minaccia per costringere taluno a commettere un reato – art.611 c.p.

31 mar 2015

APRITE GLI OCCHI

Proprio vero.
Questo è uno dei peggiori incantatori e ciarlatani che abbiamo avuto nella storia d'Italia.....e purtroppo tanta gente ci casca. Se condividete, passate parola.

Ieri il governo Renzi ha improvvisamente rialzato la testa, urlando ai quattro venti i risultati incoraggianti dell’aumento dei contratti a tempo indeterminato.


Dopo un anno di indicatori puntualmente negativi, i primi dati sulle assunzioni nel 2015 sono stati annunciati con l’anticipo delle grandi occasioni, prima da parte del premier stesso che ha raccontato come il ministro Poletti avesse in mano dei numeri “a due cifre” poi, infine, dallo stesso ministero del Lavoro che li ha diffusi orgogliosamente.


Questo, in sostanza, l’esito del monitoraggio operato dallo stesso ministero del Welfare: nel primo bimestre del nuovo anno, i contratti a tempo indeterminato sono cresciuti del 38,5% rispetto allo stesso periodo del 2014, con un incremento di oltre 70mila assunzioni in complesso.


Un risultato, ovviamente, salutato con entusiasmo dal presidente del Consiglio. “L’Italia riparte”, ha sentenziato Matteo Renzi, mentre, dalla maggioranza, si sperticavano le lodi della politica economica dell’esecutivo.

Ma una cosa dev’essere chiara fin da subito: i numeri che oggi l’esecutivo sventola con tanta soddisfazione non hanno niente a che fare con la riforma del lavoro. O, forse, dipendono proprio dal suo arrivo, non già come incentivo, ma come deterrente: ecco perché.


Innanzitutto, è da sottolineare il valore aggiunto degli sgravi contenuti nella recente legge di stabilità, che ha ridotto sensibilmente i contributi Inps ai datori di lavoro che sottoscrivono nuovi contratti a tempo indeterminato, insieme a una parallela riduzione del fardello Irap.
Insomma, un’occasione molto ghiotta che, giustamente, le imprese hanno prontamente colto non appena i fondi sono stati sbloccati.


Ma d’altro canto, persiste un’ulteriore ragione alla base dell’impennata così decisa delle assunzioni.

E non rientra nei casi dell’economia che riparte, o della crisi ormai alle spalle, tutte frasi che spesso, purtroppo, abbiamo sentito a sproposito.


Siccome i dati diffusi dal ministero del Lavoro si riferiscono ai mesi di gennaio e febbraio, non bisogna ignorare come la nuova tipologia dei contratti a tutele crescenti, contenuta nel decreti attuativi del Jobs Act sia entrata in vigore, guarda caso, proprio dal 7 marzo.

Tutti i rapporti di lavoro a tempo indeterminato sottoscritti da quel giorno, non godonoo più della corazza contro il licenziamento senza giusta causa prima costituita dall’articolo 18.


Ecco, dunque, che i numeri tanto osannati dal governo assumono dunque una luce completamente diversa: anziché segnale incoraggiante per il recupero della ricchezza e l’occupazione, potrebbe essere il frutto di un comportamento difensivo attuato dai lavoratori, per tutelarsi di fronte all’imminente riforma dei contratti, magari accettando condizioni più sfavorevoli pur di non rimetterci anche nella protezione del proprio posto di lavoro.

La risposta definitiva la conosceremo solo tra qualche mese, quando saranno diffusi i dati relativi al rodaggio dei nuovi regimi contrattuali, scaturiti dal tanto contestato Jobs Act.



E chissà che non finiremo per imbatterci in una scoperta davvero inattesa: di questa riforma potevamo tranquillamente farne a meno.

21 mar 2015

QUOZIENTE ZERO

Questa non mi è mai piaciuta.......

Recentemente il Washington Times ha ricostruito, attraverso documenti segreti ritrovati a Tripoli dopo la caduta di Gheddafi, l’operazione di manipolazione orchestrata da Hillary Clinton (allora Segretario di Stato americano), per legittimare l’intervento militare Usa in Libia.

I documenti sono una serie di telefonate registrate (e confermate dai diretti interessati), intercorse tra alti ufficiali del Pentagono, un membro democratico del Congresso americano e Saif Gheddafi, figlio del Colonnello, nei giorni cruciali della guerra.

Dai documenti appaiono con chiarezza 4 livelli d’irresponsabilità e approssimazione con cui Washington si è rapportata alla crisi libica:

1) il Pentagono agiva indipendentemente dal Dipartimento di Stato, per evitare una guerra che (incredibilmente) erano i militari a non volere e i politici ad imporre.

2) la Cia non aveva la minima idea di cosa stesse realmente accadendo sul terreno, all’interno della guerra civile.

3) il Dipartimento di Stato (cioè la Clinton) non aveva istituito alcun canale diretto di gestione crisi con il regime libico (che, al contrario, aveva il Pentagono), né aveva conoscenza di chi fossero realmente i “ribelli anti-Gheddafi” e di quanti jihadisti e islamisti vi erano al loro interno.

4) La Clinton manipolò le informazioni su un presunto genocidio in atto da parte del governo libico; genocidio smentito dal Pentagono e dalle organizzazioni umanitarie operanti in Libia.

Sarah Leah Whitson, direttore esecutivo del Medio Oriente per Human Rights Watch ha confermato al Washington Times che vi erano state atrocità ma “nulla che potesse far pensare ad un genocidio imminente”. Amnesty International, in un report del settembre 2011, svelò che i crimini erano compiuti anche dai ribelli (torture, esecuzioni sommarie di civili e rapimenti di lavoratori stranieri).

GENERALI “PACIFISTI” E POLITICI GUERRAFONDAI
Come scrivemmo già nel 2011, Hillary Clinton forzò le informazioni, inaugurando la teoria della guerra umanitaria preventiva: colpire Gheddafi non per i crimini commessi ma per quelli che avrebbe potuto commettere. Una vera follia.
L’intelligence militare spiegava, al contrario, che Gheddafi aveva dato precisi ordini di non colpire i civili per evitare reazioni internazionali.

Dalle registrazioni si evidenzia come il Pentagono (nella figura dell’Ammiraglio Mullen allora Capo di Stato Maggiore congiunto) non si fidasse delle relazioni che il Dipartimento di Stato e la Cia impacchettavano ad Obama, “ma non c’era nulla che potesse fare per contrastarle”.

La signora Clinton fu inamovibile nel trascinare la Casa Bianca nell’avventura libica (e Obama nel farsi trascinare), ignorando gli avvertimenti del Pentagono secondo cui “gli interessi degli Stati Uniti non erano in gioco, mentre e la stabilità regionale poteva essere minacciata” nel caso di caduta del regime.

Charles Kubic, uno dei mediatori del Pentagono in Libia ha rivelato che dopo la prima settimana di missili americani sulle basi libiche, Gheddafi era disposto a cedere il suo governo per una transizione pacifica a due condizioni: l’eliminazione delle sanzioni contro di lui e l’insediamento di una forza militare in Libia che impedisse la consegna del paese ai jihadisti; “Tutti pensavano che fosse una cosa ragionevole. Ma non il Dipartimento di Stato“.

RICORDIAMOCI QUESTA STORIA
Con buona pace del prof. Luttwak, la Casa Bianca non può esimersi dalle responsabilità di quella guerra disastrosa.

Fra un anno la signora Clinton potrebbe essere uno dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti; ricordiamoci di tutto questo quando inizieremo a leggere i peana dei servizievoli giornalisti italiani sulla “prima donna presidente degli Stati Uniti”; la cui irresponsabilità e incapacità è una delle causa del dilagare dell’Isis nel Mediterraneo.

18 mar 2015

Cartelle Esattoriali

ROMA – La Corte Costituzionale ha cancellato ieri (17 marzo) la nomina di 767 funzionari dell’Agenzia delle Entrate, delle Dogane e del Territorio (più della metà) promossi illegittimamente a dirigenti senza un pubblico concorso.

La sentenza della Consulta potrebbe avere gli effetti di una bomba atomica non solo per Equitalia, ma per lo stesso ministero dell’economia e delle finanze (Mef) perché centinaia di migliaia di cartelle esattoriali sono state firmate dai 767 “falsi dirigenti” e di conseguenza potrebbero venire considerate nulle o addirittura inesistenti, in quanto è “in dubbio la validità degli atti firmati dai nominati”.
 
Cosa potrebbe succedere.
L’avvocato Greco fa alcune proiezioni: secondo il consolidato orientamento sposato dalla Cassazione e dai tribunali di tutta Italia, gli atti fiscali sono nulli (alcuni tribunali, addirittura, parlano di “inesistenza”) se firmati da chi non aveva il potere per farlo.
E dunque, chi non ha ancora pagato potrà fare ricorso al giudice per ottenere l’annullamento della richiesta di pagamento.
Lo potrà fare anche chi ha chiesto o ha già avviato una rateazione.
In passato abbiamo pubblicato anche la formula da inserire nel ricorso per chiedere la nullità della cartella.

E se sono scaduti i termini per impugnare?
In verità, stando all’orientamento (maggioritario) che ritiene gli atti privi di firma “inesistenti”, questo non dovrebbe essere un problema, in quanto si tratterebbe di una nullità non sanabile neanche con il decorso dei termini.
Ovviamente, però, ogni tribunale ha la sua interpretazione.

Come faccio a sapere se il mio atto è firmato da un falso dirigente?
Per evitare un ricorso “alla cieca” contro la cartella esattoriale, bisogna innanzitutto verificare che la stessa abbia come presupposto un pagamento chiesto dall’Agenzia delle Entrate e non da altre amministrazioni.
Poi bisognerebbe avere la certezza che l’atto a monte sia stato notificato da uno dei falsi dirigenti.
Tuttavia l’elenco dei dirigenti privi di potere non è mai stato diffuso ufficialmente.
Il contribuente potrebbe tentare di superare l’ostacolo depositando una istanza di accesso agli atti amministrativi e chiedendo di verificare la documentazione inerente alla carriera del dirigente firmatario.

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16 mar 2015